Il Giorno, 21 febbraio 2010
Qui Silvano studia da mago con la benedizione di Silvan

Quando Silvano il Mago di Milano, e il Mago Oronzo, e Jacopo Ortis, e il maschilista Omen, e altri amici loro sono stanchi del mondo e cercano nuove idee, si rifugiano in uno studiolo di pochi metri quadrati nella casa del loro inventore, Raul Cremona. Personaggio eclettico, frenetico e pigro, intellettualmente curioso, erede di una dinastia di uomini di spettacolo nel senso più ampio (dal bisnonno Max Kremont, celebre clown degli inizi del ‘900, a nonno Favorito e a papà Piero, venditori all’incanto e prestigiatori), Raul Cremona è oggi al culmine della fama, grazie anche alla tv e a Zelig.
E’ un collezionista di stampe e libri antichi di argomento magico-circense, e li conserva in quello studio in un disordine maniacale insieme a oggetti di scena, trucchi vecchi e nuovi, ricordi, ritagli di giornali, foto e quant’altro. Solo lui sa dove mettere le mani
Raul, che cosa significa per lei questa stanza?
«C’è tutta la mia storia, il mio lavoro, le mie collezioni, una parte dei miei libri. Questa è la scatola di giochi del mago Silvan, con cui mi divertivo da ragazzino. Questa la cassetta da scena che contiene scritti e oggetti da cui cercherò di tirar fuori qualche cosa per la prossima puntata di Zelig. Quella invece è la macchina fabbrica-soldi che usavano il mio nonno e il mio papà. Erano “scarpinanti”, ambulanti che andavano in giro vendendo cose qua e là. Mio nonno era un maestro della psicologia di piazza, vendeva di tutto, dall’estratto contro il mal di denti agli oggetti più strani. Per attirare il pubblico stampava false lire o faceva qualche gioco di carte, di solito con le “Svengali”, che cambiavano seme e colore sotto gli occhi di tutti, poi passava alla vendita. Con un nonno e un papà così, non potevo fare altro: a 17 anni mi sono iscritto al Circolo Magico Italiano».
Lei è più noto come comico che come prestigiatore.
«E’ vero, ma io mi sento molto più mago che comico. Intanto i comici non hanno un senso d’appartenenza, ognuno fa per sé. I maghi invece si ritrovano spesso, vecchi e giovani, a raduni, conferenze. E’ molto bello, quello che facciamo ha un che di oratorio, ma è un’arte completa».
Com’è arrivato al Derby e al Ca’ Bianca partendo dalle feste per bambini?
«In posti come il Derby, dove negli anni ’80 lavoravano tutti i comici che poi son diventati famosi, il prestigiatore non lo volevano. Lo vedevano vecchio, lontano dall’attualità. La mia piccola rivoluzione è stata adeguare il linguaggio del mago a quello del cabaret, creando qualche cosa di nuovo pur usando giochi che avevano duecento anni».
Per prima cosa?
«Eliminato lo smoking. Che, però, più vado avanti con gli anni e più mi piace. Finché si è giovani è bello dissacrare... Queste scarpe di vernice le userò al Ciak (dal 18 marzo, ndr) in “Hocus Molto Pocus“. Ma non rinuncio alla parodia del vecchio prestigiatore».
E qui ritorna comico...
«Sì, ma guardi: arrivo da un paesino della Basilicata dove ho fatto uno spettacolo. C’erano nel pubblico moltissimi bambini. Uno che fa satira e basta, che fa con un pubblico così? Invece la prestidigitazione mi permette di piacere a tutti. Io uso archetipi per far ridere: l’attore trombone, il mago affettato. Sa la cosa migliore che ho recuperato oggi? Un pezzo di Abbott e Costello, insomma Gianni e Pinotto. Fanno ancora ridere».
Le fa tristezza fare tournée in provincia?
«Per niente. Sono appena stato in un teatro dove recitava Totò, a Catanzaro: è rimasto com’era allora. A me piacciono le scale di legno, le lampadine che penzolano... mi fanno tristezza le tensostrutture».
E che cosa la fa star bene?
«Stare con i miei figli, di 15 e 18 anni, giocare a basket con loro. La famiglia per me è il massimo».
2010-02-21
di LUISELLA SEVESO
— MILANO —


