Eco di Bergamo, 20 aprile 2010
Con «Hocus molto pocus» l’attore ha scatenato il pubblico del Creberg Teatro moltiplicando i bis
Comici si nasce: Cremona sfodera il talento di famiglia
■ Signori si nasce, diceva Totò. E aveva ragione. Basta guardare Hocus molto pocus e il modo in cui Raul Cremona impasta i suoi personaggi, facendoli lievitare con la memoria di una Milano popolare che non esiste più, per capirlo. Perché Raul Cremona – tornato sabato al Creberg Teatro Bergamo, con un «tutto esaurito» da 1493 spettatori – è nato, teatralmente parlando, «signore», essendo il rampollo di una famiglia di «scarpinanti» e imbonitori di strada. Ha cioè il senso di una tradizione, che è la capacità di far evolvere il lascito del passato: è questa l’aristocrazia che conta, anche in un paese divenuto provincialotto e «bauscia». Divagazioni? No, perché la matrice di Hocus molto pocus è questa. Ci sono le macchiette (e in qualche caso gli «alteri ego») di Cremona, naturalmente: Silvano il mago di Milano, Jacopo l’attoretrombone, il vetero-maschilista Omen e tanti altri. Sono tutti personaggi a misura dei gusti e dello «show» di oggi. Ma sono anche composti della materia dei sogni (cioè la nebbia che fu, visto che sono tutte espressioni di una vecchia milanesità) o, meglio, sono sognatori essi stessi: illusi come Silvano, che sogna l’alta prestidigitazione di Silvan e si trova maldestro «prestigiribiritatore »; mitomani come Jacopo, che sogna il mattatore che non esiste più; frustrati come Omen, sorpassato dai tempi, dagli eventi e dalla vita. Cremona li ha estratti uno per uno dalla sua memoria della Milano anni ’60, dove tramontava la «meneghinità» e nasceva un confuso (ma vitale) neomilanese, che abbassava il surreale in stralunato, maescolava il talento alla cialtroneria, scambiava le allucinazioni per visioni, scioglieva l’alto nel basso. Ora, non si devono attribuire ad Hocus molto pocus compiti e significati più grandi di quelli che ha e può sopportare. Ma cogliere la natura di questo spettacolo serve a capire lo stile di Cremona: ciò che lo fa apprezzare dal pubblico, che riempie un teatro con uno spettacolo di repertorio, che lo differenzia da una semplice galleria di gag, prestidigitazione, macchiette, musica, parodie. Il punto è che lo spettacolo è piacevole, scatena il pubblico e moltiplica i «bis». Perché il cinquantatreenne comico milanese (Da venti generazioni, millanta) viene da Zelig? Perché stasera torna in tv, sia pure sulla più raffinata (e di nicchia) La7, dove debutta Crozza Alive? Anche. Ma ciò che fa la differenza, quel tocco di calore in più, è la capacità
di rivisitare la memoria e trasformarla in retroterra scenico, che nel caso di Cremona unisce la tradizione degli «scarpinanti» (cioè i ciarlatani, i teatranti-venditori di strada che sono alla base del teatro popolare italiano) con i fantasmi di una città che si sognava metropoli quando era ancora provincia del mondo. Cremona declina tutto questo nella chiave pop di uno spettacolo di cabaret, allietato dalla musica di Lele Micò (una citazione dei «night» e cabaret che furono) e accompagnato da Gianluca Beretta, al secolo Felipe. Dallo stesso immaginario, altri in passato hanno estratto piccoli gioielli più raffinati: pensiamo a Gaber, allo Iannacci in tandem creativo con Beppe Viola, al pungente Umberto Simonetta. Ma va bene così, ognuno ha la sua misura. E questa è la misura di questo teatro, nei tempi della post- televisione.
Pier Giorgio Nosari


