Il Giornale di Vicenza .it - 25/01/10
Con la Finocchiaro-Alice nel paese del grottesco
In un Astra di Schio esaurito, il lavoro di Stefano Benni trova pieno consenso.
"Mai più soli" ha nell'attrice l'interprete ideale dei monologhi dell'autore e scrittore. Con l'aggiunta di un convincente Daniele Trambusti
Come autore in teatro, Stefano Benni è doppiamente fortunato. In primo luogo perché, essendo il suo il campo della satira, ha a disposizione una fonte inesauribile di argomenti, che si chiama Italia. In secondo luogo perché, scegliendo prevalentemente la forma del monologo, può contare su una interprete ideale, che si chiama Angela Finocchiaro.
Squadra che vince non si cambia, e così anche stavolta il trio Benni-Italia-Finocchiaro vince in scioltezza la partita, con l'aggiunta però di un quarto elemento: Daniele Trambusti. A lui è infatti affidato il racconto che dà il titolo allo spettacolo - Mai più soli - e che Benni trae da alcune sue pagine recenti.
Ovvero la storia di un magazziniere consegnato a una vita - appunto - di solitudine fino a quando non scopre le miracolose virtù di quell'aggeggio che è ormai parte integrante del nostro panorama sociale: il telefonino. Acquistandone un modello di ultimissima generazione, il nostro sfigato e balbuziente omino desterà l'attenzione della barista che tanto lo intriga, del collega di lavoro, strafottente guardia giurata, addirittura dei passanti. Se funziona così con un apparecchio, figurarsi con due, con tre, con quattro, moltiplicando il numero delle chiamate a se stesso e il gusto di fingersi indaffarato, richiesto, desiderato. Peccato però che il suo gioco venga sgamato dalle (seducenti, ovvio) commesse del negozio di cellulari, e che l'onta definitiva lo conduca dritto in clinica psichiatrica. Dove, però, almeno un interlocutore potrà trovarlo: il medico.
Dolce e amaro si mescolano, nel rodato dosaggio dello stile Benni, in questo quadro in cui il convincente Trambusti dà voce a tanto anonimato metropolitano, a un bisogno di "comunicazione" che va ben oltre le possibilità di una tastierina e di un touch-screen.
Quanto ad Angela Finocchiaro, resta godibilissima la sua capacità di rendere lievi, quasi tenere anche le più feroci rasoiate del copione, vedi la descrizione di quali gironi infernali debba affrontare, vagone dopo vagone, chi oggi salga su un convoglio di Trenitalia, o il devastante resoconto delle vacanze "ecologiche" di una famigliola negli impossibili luoghi di un qualsiasi ferragosto intasato da ogni schifezza.
Se poi è il paradosso l'ambiente nel quale si situa il dialoghetto tra una candida signora in cerca d'un presepe tradizionale e le novità che le snocciola il rivenditore, compresa la stella cometa sponsorizzata, compreso lo spray all'aroma di abete, se è notevole la delicatezza con cui si narra del muratore che crede d'aver sognato il paradiso e invece ci è finito per davvero dopo esser volato da una impalcatura, il tema delle relazioni col prossimo raggiunge l'apice tragicomico nella trattazione dei diversi tipi umani alle prese con il problema di come festeggiare (o non) il capodanno, con esiti assolutamente contrari al desiderio iniziale.
Confermandosi capace di una assortita - e ogni volta efficace - gamma di registri, buffa e stupita, Angela Finocchiaro attraversa ogni capitolo come una Alice nel paese del grottesco, ben spalleggiata da una regia - di Cristina Pezzoli - che le mette a disposizione una essenziale quanto ingegnosa scenografia costituita da pacchi di giornali, da cui ricavare sfondi e oggetti.
Sciolta l'ultima parabola, quella della crisi economica mondiale che gli abitanti di un paesino sconfiggono ricorrendo semplicemente ai rimedi dei nonni, gente abituata a mangiare pane e tempesta senza stupirsene più di tanto, giunge rapido il momento degli applausi.
L'altra sera all'Astra, esaurito, son piovuti copiosi.
Antonio Stefani


