Corriere della Sera-Milano, 12 novembre 2009
«Vi canto Nanda, la donna che ha scoperto l' America»
L' attore al Piccolo con il nuovo lavoro dai «Diari» di Fernanda Pivano
Litigavamo su Calvino. Lei lo riteneva un barone Casale: «Odiava i reading incolori, ho imparato da lei»
Quando si incontrarono per la prima volta, dieci anni fa, lui aveva 28 anni e lei 82. Lei lo guardò dritto negli occhi e gli disse: «Ragazzo mio, sei vecchio». Se la ricorda benissimo quella sera Giulio Casale. «Eravamo a casa sua, a Roma. Io mi presentai con le mie poesie dattiloscritte e gliele donai. Con una dedica concisa, sobria. Troppo sobria per una come la Nanda». Lei lo incenerì e gli ordinò di scriverne una più estesa, più gioiosa. Più «Pivano».
E oggi che lei non c' è più e alla vigilia della prima nazionale de «La canzone di Nanda», allo Strehler, Casale ammette: «Mi intimidiva. D' altra parte, lei è la donna che ha scoperto l' America». Non è un omaggio postumo: questo testo così ondoso, colorato, è stato scritto prima che, nell' agosto scorso, Fernanda Pivano ci lasciasse, a 92 anni.
E oggi come ricordare la «daughter», come la chiamava Hemingway, se non con uno spettacolo che fonde poesia, musica e monologhi? «Ci saranno le sue parole, tratte dai "Diari 1917-1973", ma anche aneddoti e racconti inediti - dice il cantante-attore-scrittore rovigotto - quelli che lei mi narrava nelle lunghe serate trascorse a discutere, ridere, litigare. E a bere, anche se lei beveva rigorosamente soltanto Coca Cola». Sì, questa è stata l' unica cosa che Ernest Hemingway non le ha mai perdonato. Anche se lei, per tradurre «Addio alle armi», nel ' 43 finì in galera (i nazisti non gradirono i temi disfattisti).
In «La canzone di Nanda», anche grazie alla regia di Gabriele Vacis, c' è questo: il coraggio di una che non ci sta a diventare vecchia, conformista. «Ho voluto mescolare parole e musica - dice Casale - perché lei era così: non sopportava chi parlava senza colore, senza suono. E la stessa arte del reading, oggi parte integrante del mio lavoro, io l' ho assorbita grazie a lei». Guthrie e De André Tra ricordi e canzoni (ovviamente l' amatissimo De André ma anche Woody Guthrie, Luigi Tenco e lo stesso Casale) ecco materializzarsi la faccia bianca di Ferlinghetti, il muso da bulldog di Gregory Corso, lo sguardo smarrito di Chet Baker. Che anni. Che anni per una genovese arrivata a Milano con la passione per l' America, ereditata da Cesare Pavese, suo insegnante di lettere. «Anni altamente irregolari», come recita Casale nel monologo, con Dylan sotto che rantola "The Times They Are A-Changin"».
«I suoi Diari sono il vocabolario - dice Vacis - di un mondo che non esiste più». Vogliamo parlare della settimana in cui ospitò nel suo appartamento di Milano sia Chet Baker che Gregory Corso? Lei, con la sua educazione vittoriana, ne vide di ogni. Per l' arte quei due erano dei geni, ma per la fisiologia erano due drogati. «Il fatto è - dice l' attore - che lei voleva gioventù. Intesa come freschezza. Ecco perché litigavamo su Calvino: io lo adoravo e lei, senza dirlo apertamente, mi faceva capire che lo riteneva un "barone"». E Carver? Lei nicchiava, lui insisteva: «Ma dai, Nanda, è un grande». Niente da fare. Lei voleva i «giovani dentro», quelli che sentivano amore per le cose, per la libertà, per il totale non-asservimento. Voleva quello che i cinici alla Nanni Moretti chiamano «buonismi» ma che lei chiamava sincerità.
Quando scrisse la prefazione (dai toni quasi fanatici) a «Il grande boh» di Jovanotti, i critici storsero il naso e apparvero editoriali giornalistici del tipo: «Fermate la Nanda!». «Oddio, di alcuni dei protetti, poi farà auto da fé », puntualizza Casale. Come per Bret Easton Ellis, del quale ammetterà che «tutto sommato, è stato sopravvalutato». Fa niente, fa niente, rideva. La gioventù è inesauribile, pensava.
«La canzone di Nanda» vuole essere un jukebox all'idrogeno che suona un grande sogno: la Grande America. Nelle musiche (dirette in scena da Lorenzo Corti) riecheggiano episodi memorabili, come quando andava in macchina con Neal Cassady (il Dean Moriarty di «On the road») e questo imboccò a tutta velocità un contromano che più contromano non si può. Perché in fondo a quelli non gliene importava granché. O la ormai storica (è su Youtube) intervista a Jack Kerouac, dove lui sbronzo marcio continua a biascicare verità illuminanti inframmezzate da nonsense e improvvisi «bum bum bum». Fu in quella settimana degli anni Sessanta trascorsa con Kerouac che Nanda imparò molto degli autori che amava. Perché poi telefonò a Ginsberg e gli disse che finalmente aveva capito il primo verso de «L' urlo». Quello che fa così: «Ho visto le menti migliori della mia generazione, distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche, trascinarsi nelle strade, all' alba in cerca di droga rabbiosa».
Scorranese Roberta
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(12 novembre 2009) - Corriere della Sera


